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Satya — Veridicità

Al mattino ci dedichiamo alla pratica iniziando con la lettura di un Sūtra dello Yoga Sūtra.

Stamane abbiamo incontrato Satya, il principio della veridicità, attraverso il Sūtra 2.36.

satya-pratiṣṭhāyāṁ kriyā-phala-āśrayatvam

«Quando si è stabili nella veridicità, le azioni iniziano a manifestare i propri frutti.»

Abbiamo già esplorato il principio di non violenza, ahimsa, e visto come un senso di irrequietezza guidi costantemente le nostre azioni. Questa irrequietezza, il non vedere, il celare a noi stessi “qualcosa”, mette in moto una serie di conseguenze.

A livello dei principi etici, essi possono essere letti e interpretati individualmente. Tuttavia essi non sono scatole chiuse, comandamenti da catechismo. Vanno attualizzati con senso di responsabilità e coraggio.

Qui non si tratta di fare i predicatori o di giudicare dove sono le nostre mancanze. Non vi è il concetto di peccato ma responsabilità.

Qui ci sediamo in meditazione e, piano piano, raccogliamo forze e stabilità per osservarci.

Dove siamo stati non veri. Dove costantemente ci raccontiamo una storia falsa.

Non dobbiamo fare tutto e subito.

Ci lamentiamo che le cose non vanno bene nel mondo, che ci sono le guerre, la povertà, la crisi climatica. Leggiamo libri, seguiamo quel politico, quel guru, quello scrittore, quel motivatore.

Bene… è solo il 10% del lavoro.

Lo Yogi si siede e porta tutto in meditazione.

Patañjali ci offre due strumenti fondamentali: abhyāsa e vairāgya.

Abhyāsa, la pratica costante, ci permette di tornare ancora e ancora alla pratica, anche quando la mente vorrebbe portarci altrove.

Vairāgya, il non-attaccamento, ci permette invece di osservare senza essere completamente trascinati da ciò che emerge: decolorare la mente.

È attraverso questa combinazione che possiamo iniziare a vedere con maggiore chiarezza.

Pratichiamo, osserviamo, lasciamo andare e torniamo a praticare.

Non una volta.

Ancora e ancora.

È così che lentamente diventiamo stabili.

Ed è da questa stabilità che Satya può essere vissuta, non semplicemente conosciuta come un principio.

Cosa significa portare tutto?

Significa osservarsi e notare le nostre tendenze, i nostri comportamenti, le nostre emozioni e infine il nostro dialogo interiore, che descrive la realtà attorno a noi e dentro di noi.

Anziché rivolgerci continuamente all’esterno, iniziamo a guardare dentro di noi.

Come guidiamo la macchina? Quando sorpassiamo stiamo sfogando la nostra rabbia, eccoci in guerra perenne. Suoniamo il clacson come se stessimo scoccando una freccia ad un nemico.

Quale nemico? Non conosciamo nemmeno quella persona.

Riconosciamo la paura di far tardi a lavoro, uno stress non gestito, un’ansia e forse un giudizio su noi stessi, un’aspettativa che la città debba andare ai nostri ritmi come decidiamo noi. Come se soltanto noi fossimo di fretta e gli altri no. Come se la nostra fretta avesse maggiore priorità di quella degli altri.

Ecco che la pratica diventa concreta: osservare ciò che accade dentro di noi nel momento stesso in cui accade.

Parte della pratica, sādhana, è decolorare la mente, cioè ridurre la presa dei nostri preconcetti, delle paure, dei pregiudizi:

io sono questo, io sono maschio, io sono donna, io sono italiano.

Tutta la pratica è mollare la presa su queste idee.

Non vuol dire negare le origini.

Significa che quando ci immergiamo nell’oceano, i vestiti vanno tolti.

Cosa accade quando molliamo la presa su questi aspetti?

Ci sentiamo più liberi, più pacificati, più uniti. Emerge un senso di umanità, di compassione, di volontà di ascolto dell’altro.

Cosa significa mentire a noi stessi?

Significa che desideriamo una cosa, ma poi abbiamo paura di realizzare i nostri sogni: i giudizi altrui, le memorie adolescenziali, le paure di non essere accettati o riconosciuti, la paura dell’abbandono.

Desideriamo mettere in piedi un progetto, ad esempio un MBA, ma con quale mente stiamo decidendo di farlo?

Siamo genuinamente interessati a quel percorso oppure desideriamo conquistare il mondo per vendetta, per dimostrare quanto siamo bravi? Abbiamo mai guardato con onestà alle nostre paure e ai nostri punti di debolezza?

Magari in adolescenza siamo stati isolati, presi in giro, non riconosciuti. Oppure proveniamo da una famiglia umile e oggi cerchiamo un riscatto sociale.

Vogliamo dire al mondo: «Io ci sono. Esisto.»

E questo non è necessariamente un problema. Ma se non vediamo questa dinamica nella sua interezza, il desiderio di affermazione può trasformarsi in una guerra permanente con gli altri divorando la nostra vita privata oltre che lavorativa.

Non è il progetto a essere sbagliato. È importante vedere con quale mente lo stiamo costruendo.

Una parte di noi avrebbe voluto fare il pianista oppure studiare arte.

Neghiamo a noi stessi il fatto che abbiamo intrapreso un percorso da medico perché i nostri genitori ce lo hanno imposto. Ci convinciamo che quello vada bene, negandoci però la possibilità di scoprire una parte di noi artistica.

Desideriamo un compagno o una compagna, ma non siamo in grado nemmeno di mandare un messaggio quotidiano ai nostri amici: “Come stai?”

Sto parlando in generale?

Va bene. Parlo di me.

Per anni ho mentito a me stesso fingendo di essere eterosessuale.

Questo comportamento, messo in atto per paura di non essere accettato, visto, amato, protratto per anni ha influito sulle scelte lavorative e sul modo in cui mi sono relazionato al lavoro: una via di fuga, di riscatto, di affermazione.

Nessuno è vincitore in questa guerra.

Una società non preparata non offre un terreno fertile per far germogliare compassione e amore per se stessi e, senza strumenti, ci troviamo in balia di questa rabbia e di questo fuoco interiore.

Ora però possiamo placare quel fuoco.

Non sopprimerlo, ma imparare a conoscerlo e a dirigerlo dove è necessario, per nutrire e riportare pace ed equilibrio in noi stessi e nelle nostre vite.

Non si tratta di rifiutare chi siamo, ma di accettare con compassione dove costantemente ci nascondiamo a noi stessi.

Possiamo, in un mondo arido, iniziare a proteggere i semi della bontà e dell’amore. E possiamo apprendere come coltivare tali semi, quale fertilizzante mettere in talune circostanze per fare in modo che essi possano germogliare rapidamente.

La veridicità come pratica

Una lettura più ampia riguarda la fuga dalla realtà ultima delle cose.

Il non vedere che siamo immersi nell’impermanenza, nel dolore, nell’attaccamento, nella rabbia. Il non vedere che mettiamo in moto dei meccanismi di fuga.

La veridicità si manifesta quando corpo, parola e mente sono allineati.

Quando il pensiero è pacificato e si allinea con le parole che diciamo.

Non si tratta di contattare uno stato mentale interno positivo per vendere un prodotto di mercato. Quelle sono tecniche di manipolazione atte ad alterare uno stato di coscienza.

Qui si tratta di essere in uno stato meditativo profondo e di far emergere da quello stato ciò che realmente siamo.

In questo senso non dobbiamo diventare qualcun altro.

Dobbiamo piuttosto rimuovere ciò che continuamente ci impedisce di vedere con chiarezza.

Il Sūtra ce lo sta dicendo: quando siamo stabilizzati nella veridicità, le nostre azioni acquistano una forza diversa e iniziano a manifestare i propri frutti.

Questo stesso principio viene ulteriormente sviluppato nella tradizione del mantra.

Mantra è protezione della mente. Un mantra rivelato emerge da uno stato profondo di meditazione. Le parole che emergono non sono proprie del meditante, ma sono manifestazione dell’Assoluto; veicolano specifiche proprietà e creano una realtà, cioè portano i frutti di quelle parole.

Nel Sūtra precedente, il 2.35, Patañjali ci dice che in compagnia di uno yogi stabilizzato nella non violenza, l’animosità svanisce.

Pensiamo a quanto sia importante l’ambiente che ci circonda.

Qui ci sta dicendo una legge della realtà. Non sta dicendo che il santone fa il miracolo. Sta dicendo che esiste una dinamica.

Se siamo in compagnia di una persona stabile, radicata, pacificata, le qualità della sua mente influenzeranno anche il nostro modo di essere.

Il rapporto è bidirezionale? Sì. Ma siccome la persona è stabile e radicata, accoglierà le nostre energie o la nostra essenza trasformandola.

Pensiamo a pratiche di compassione e di incontro con l’altro.

È una danza, ma lo yogi, essendo stabile e centrato, ha la forza di pacificare l’altro.

Fino a che punto?

Beh, se siamo in un teatro di guerra è difficile che il nemico sia immediatamente pacificato, perché le forze in gioco saranno soverchianti.

Iniziamo a sperimentare e praticare con noi stessi e con gli altri attorno a noi.

Non pratichiamo i mantra?

Ma respiriamo.

Il respiro è il veicolo sottile sufficiente per allineare corpo e coscienza.

La rettitudine non viene data da un comandamento, quindi imparare solo a memoria è abbastanza inutile. È utile per rallentarci e rendere la mente ancora più intricata.

L’allineamento di pensiero, parola e azione può avvenire nella meditazione profonda.

Quando a 28 anni feci il mio coming out familiare, esso avvenne a seguito di un intensivo di pratica meditativa.

Ero sereno, centrato, stabile.

Avevo ampiamente incontrato le mie paure, le ansie. Non con un senso di rifiuto o di giudizio.

Quando siamo in profonda meditazione emerge uno spazio di saggezza, libero per un momento dalle definizioni e dalle reazioni abituali.

Per percepirlo è necessario abbassare l’ego, le definizioni, le etichette.

Siamo alla ricerca di una soluzione ai nostri problemi, ma poi dobbiamo trovare la forza di affrontare ciò che è disfunzionale a livello evolutivo: rabbia, attaccamento, paura della morte, senso di separazione da ciò che c’è e il non vedere e accettare che la vita è un dono e che ci viene donata da un Universo intero.

Il primo passo è iniziare a riconoscere e ridurre la presa dei klesha.

Poi ci si può porre la domanda: da dove proveniamo, perché e che scopo ha tutto questo?

Satya serve a pacificare la mente e le nostre vite, a rendere tutto fluido, armonioso, senza attrito.

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