Espandere la pratica: oltre la tecnica

Scrivo queste pagine in una calda giornata estiva, anzi, torrida.

Verso quale condizione si stia spingendo l’umanità rimane un mistero. Da una parte ho fiducia nella capacità dell’essere umano di trovare soluzioni e compromessi; dall’altra, il cambiamento climatico e le continue guerre mettono a dura prova il mio ottimismo.

In un contesto così carico di conflitti, divisioni e scontri verbali, sono rientrato recentemente da un intenso periodo di pratica negli Stati Uniti, presso l’Himalayan Institute in Pennsylvania. Sono entrato più profondamente nella tradizione attraverso l’esperienza del Maha Sri Yaga, una pratica di meditazione e cerimonie collettive, e attraverso gli insegnamenti collegati allo Sri Sukta, della durata di due settimane. Sto ancora metabolizzando tutti gli insegnamenti e ciò che ho visto e percepito.

L’esperienza ha rappresentato per me un passaggio importante perché non è stata soltanto una pratica rituale, ma una integrazione tra Hatha Yoga, meditazione Vishoka, mantra e Sri Vidya, all’interno del lignaggio collegato a Swami Rama. Durante l’intensivo ho ricevuto l’iniziazione alla tradizione Sri Vidya e indicazioni personali sulla pratica.

Il mio carattere e la mia forma mentis sono sempre stati scientifici e pragmatici, e manterrò questa linea anche in questo articolo. Ma, qualora tra i lettori vi fossero psicologi, scienziati o atei, sappiate che ciò che ho percepito va ben oltre ciò che la scienza classica è oggi in grado di descrivere.

D’altra parte, non ho utilizzato sostanze e non ho vissuto esperienze isolate o irripetibili. Esperienze ripetute e riconfermate mi hanno mostrato qualcosa della natura essenziale e profonda della pratica.

Che cosa ho fatto, quindi? Non era forse un ritiro di Yoga? Sì, lo è stato… ma bisogna mettersi d’accordo su cosa sia lo Yoga. Quale concezione abbiamo dello Yoga e quali possibilità abbiamo, leggendo queste pagine, di cogliere nuove prospettive?

Queste possibilità si aprono soltanto se siamo disposti ad essere umili, a non correre verso giudizi immediati e a non rifiutare ciò che non abbiamo ancora verificato in prima persona. Soltanto in questo modo possiamo proseguire nella pratica ed espanderla.

La mente è il bene più prezioso che abbiamo a disposizione fin dalla nascita. Attraverso di essa siamo stati in grado, come specie, di evolverci, espandere le nostre conoscenze e creare cose straordinarie, spingendoci verso traguardi inimmaginabili.

Lo Yoga è lo studio della mente

Il presupposto — e qui potrebbe esserci il vostro primo atto di fiducia — è che il nostro corpo e la nostra mente siano manifestazioni di una Mente superiore. Non vi parlo di saluto al sole, e nemmeno di sblocchi emozionali, di relazioni con i propri genitori o di pranayama. Vi sto proponendo un principio fondamentale, che va verificato attraverso lo Yoga. Tale principio viene espressamente citato nello Yoga Sutra di Patanjali, non come possibilità alternativa ma come qualcosa di inevitabile e certa.

In che modo è possibile verificare questo, e perché dovremmo essere interessati quando ci sono così tanti problemi nel mondo moderno?

Sono d’accordo: chiedersi dell’esistenza di Dio quando non siamo in grado di rispettare chi ci è vicino, di amare il prossimo, di convivere o di prenderci cura di noi stessi, delle nostre ansie, paure e dei nostri traumi personali, sarebbe solo un esercizio filosofico per mascherare una fuga dalla realtà. Quindi, la doverosa premessa è che porsi questa domanda non esclude la responsabilità di lavorare con la merda: le nostre rabbie, i nostri pregiudizi, i nostri desideri.

Aggrapparsi ad un’idea di Dio, rifiutando il mondo attorno a noi, è un insulto al dono stesso della vita.

Non è forse vero che siamo già molto e costantemente presi dal successo, dalla realizzazione dei nostri sogni, dalla ricerca della felicità personale, dal potere, dalla fama e dal riconoscimento? Non facciamo già abbastanza questo?

E non è forse vero che alcuni di noi hanno già intrapreso un percorso psicoterapico per stabilizzarsi, ricentrarsi e individuare le cause delle proprie sofferenze e dei propri traumi?

Una vita orientata al solo mondo materiale ci ha già fornito tanti strumenti, tante soddisfazioni, fatiche e delusioni. Studiamo per venti o trenta anni, iniziamo una vita fatta di carriera e a volte di passioni, troviamo un partner, mettiamo su famiglia oppure seguiamo una vita da single. Ma la notte, quando ci corichiamo e quando il frastuono e i fuochi d’artificio si placano, forse sorge una domanda più profonda, una voce sussurra: che senso ha tutto questo?

Crescendo, vengono a mancare parenti e amici. In occasione di quei lutti ci domandiamo di nuovo il senso della vita. Leggiamo libri, andiamo da qualche guru o prete e ci sembra di cogliere un significato. Dopo qualche mese, tutto ciò svanisce e ritorniamo alla nostra routine quotidiana, fatta di reazioni eccessive, automatismi e pregiudizi. Oppure continuiamo con le nostre osservazioni consapevoli perché siamo “mindful”. Ma anche chi è abituato ad osservarsi può domandarsi: e poi? Cosa significa? Cosa significa osservarsi nel respiro e fare le cose in modo “mindfulness”?

Il punto è che la nostra vita procede spesso senza un’essenza spirituale, senza un contatto profondo ed intimo con ciò che è. Siamo precisi, ci ascoltiamo, confondendo yoga e psicoterapia, yoga ed autoanalisi. E’ un ottimo punto, ma non è abbastanza. Stiamo ancora rifiutando. Stiamo ancora nella tecnica.

Che cosa significa? Sto forse proponendo una religione?

Non proprio. Ciò che mi affascina dello Yoga è il richiamo alle origini, quando ad un tempo in cui non vi erano ancora religioni. Dio — sia esso maschile o femminile, la Divina Madre, Chandra, il fuoco sacro, chiamatelo come volete — nel momento in cui lo si nomina e si tenta di descriverlo, perde la sua essenza. Ci rivolgiamo quindi a questa entità che non sappiamo bene se esista, se sia reale, come si manifesti e in quali circostanze. Ci rivolgiamo ad essa quando siamo in piena crisi, quando l’ego è sbattuto a terra davanti a un crepaccio: allora siamo disposti ad inchinarci umilmente. A me è successo molti anni fa, quando ho visto in faccia la morte. Ma non è di me che vi voglio parlare.

Che relazione pensiamo di avere con questa dimensione? È una dimensione che comanda? Che punisce? Che dà favori se facciamo i bravi? Che combatte il Male? Tutte queste domande sono state affrontate durante questo intensivo di pratica, ma non voglio entrare troppo in profondità su questo tema, perché sono questioni facilmente manipolabili da chi legge con malizia.

Ripeto: se leggete queste pagine con atteggiamento di sfida nei miei confronti, a me non interessa. Vi sto condividendo un percorso, che vi piaccia o meno. La domanda da farvi è: voglio approfondire per avvicinarmi a questa dimensione?

L’altra domanda è: è possibile che io — che non sono un guru né un prete, non ho una laurea in scienze orientali e nemmeno una cattedra accademica — sia così arrogante da volervi aiutare a sperimentare qualcosa di così grande?

Riuscite a rispettare il mio desiderio di non essere un guru, di non avere un turbante in testa, né una lunga barba bianca, un tatuaggio selvaggio o dei sandali da frate scalzo ai piedi? Se superiamo questa formalità dell’apparenza, allora possiamo cominciare a concentrarci su noi stessi, non sulla mia personale esperienza dell’Assoluto.

Dicevamo che la nostra mente è il bene più prezioso. Qui ci aiuta Patanjali nel formulare un meraviglioso progetto di pratica: Abhyasa e Vairagya. Pratica costante nel tempo, senza interruzione e con fiducia; osservazione costante di se stessi che implica il lasciar andare. Esso non è un lasciare andare passivo ma attivo, dinamico, presente: non una spinta che proviene dal rifiuto ma un’energia che emerge spontaneamente nel tempo, che abbraccia con compassione e che trasforma. Solo così possiamo comprendere che non esistono comandamenti ma appropriatezza, senso di responsabilità nello spazio e nel tempo. 

Essere puntuali ed appropriati

Quando facciamo la pratica, cioè Sadhana, con quale mente ci avviciniamo ad essa? Facciamo la pratica così ci rilassiamo?

Se siamo agli inizi, la facciamo con una mente “da hobby” o per semplice curiosità. Nel primo caso non vi è la minima traccia di rispetto sacro verso la pratica: consideriamo lo Yoga come una ginnastica o, al massimo, come una tecnica di rilassamento. Nel secondo caso, quando si presenteranno momenti di difficoltà, ci sembrerà di non progredire e la curiosità, non essendo stata alimentata e nutrita, ci farà mollare la pratica stessa.

Non posso forzarvi, ma posso aiutarvi a sperimentare qualcosa.

Qualcosa che non viene visualizzato, non viene indotto con manipolazioni verbali né stimolato con la chimica. Ciò che emerge è uno spazio di gioia e di luminosità interiore che affiora attraverso un sistema di pratica sequenziale, costante e metodologico. L’esperienza emerge per svelamento non perchè spingo o sforzo. Eppure è necessario uno sforzo entusiastico. Ma poi bisogna mollare tutto e farsi guidare.

L’esperienza che emerge va contestualizzata negli anni con lo studio dei testi, le condivisioni, i ritiri, gli intensivi di pratica personale.

Serve tempo. 

Non è una gara a chi colleziona più colori: per favore, risparmiatemi questi approcci. Qualunque sia l’esperienza, è la vostra: è dignitosa, amorevole e va bene così. Può essere più o meno intensa, va bene ugualmente. 

Serve fiducia.

Studiando gli Yoga Sutra possiamo comprendere che cosa significa che, quando la mente si rilassa, emerge una dimensione interiore.

Scopriamo la causa dei vortici mentali, delle ansie e delle paure. Scopriamo perché, nei momenti di silenzio, emerge un senso di irrequietudine, una spinta a cercare. E se non siamo pronti, trasformiamo quella spinta in un tentativo di colmare il silenzio con attività che ci stordiscono: sesso, alcol, droga, serie televisive, social media, sport, viaggi. Tutto può essere usato per mettere in atto una grande fuga. Ma come potremmo fuggire dalla nostra stessa ombra? Che cos’ è questo desiderio? Alcuni propongono di eliminare il desiderio. Ma una vita senza desiderio è una vita che non si espande, che non alimenta se stessa. Il desiderio va reindirizzato, avvolto dall’amore e dalla compassione non egoica.

La mente agisce in modo matematico e scientifico. Gli Yoga Sutra ci dicono esattamente come funziona il suo meccanismo e come rallentare tendenze ed abitudini negative, coltivando la pace interiore ed allontanando in modo proattivo ciò che non ci fa bene e ci distoglie dal percorso.

Scopriamo che il corpo e la mente sono manifestazioni l’uno dell’altra e che il respiro connette la mente al corpo. 

Vi interessa la teoria del nervo vago e le sue implicazioni scientifiche? Ho realizzato un video su questo tema, che potete vedere qui.

Tuttavia, questo non spiega ancora perché siamo qui, perché cinquemila anni fa ci è stato detto che la coscienza non è mai nata e mai morta, perché abbiamo assunto questa forma fisica su questo pianeta e quale sia il nostro obiettivo. Non sarà la teoria polivagale di Porges a spiegarci tutto questo.

Se siamo disposti a mollare la presa, a stare fermi seduti in meditazione per almeno 40 minuti, a non combattere ma ad arrenderci a quei momenti, allora accade qualcosa. Alcuni direbbero: niente di speciale. Va bene. Ma non è forse straordinario scoprire che esiste una dimensione di cui facciamo parte e che il suo intento è puramente compassionevole? E non è forse straordinario scoprire che siamo sempre in compagnia di una dimensione di conoscenza e di saggezza?

Come faccio a dire una cosa del genere se il mondo è letteralmente in fiamme? Come può una dimensione così compassionevole farci uccidere a vicenda?

La limitata comprensione che ho è che questo sistema in cui viviamo sia un meccanismo per farci sperimentare qualcosa: il potere della mente, che deriva da una Grande Mente. Stiamo parlando di leggi fisiche, di energie e di formule matematiche che manifestano una pura compassione.

Spetta a noi saper utilizzare queste leggi per aiutare il prossimo e creare condizioni favorevoli affinché si possa convivere pacificamente, per poter poi unirsi a questa dimensione. Trasformare, cioè, la ruota del Karma nella ruota del Dharma.

E quando siamo in unione, non abbiamo bisogno di porci la domanda se siamo illuminati, se Dio esista o quale sia il senso della vita: siamo ciò che È.

Non ha senso cercare scorciatoie o inventarsi nuovi metodi di meditazione mettendo da parte l’etica solo per rincorrere il consenso. La pratica va accolta nella sua totalità, con pazienza e nel tempo. Essa lavora in profondità e in più direzioni, anche quando non ce ne rendiamo conto. Ciò che conta davvero è rimanere sinceri con se stessi e fare, ogni giorno, del proprio meglio.

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