
Mi avvicinai allo Yoga in un momento di grande crisi personale e quindi di trasformazione. Ciò che cercavo di più in quel momento era una fonte di pace e di serenità. Quando il mare è in tempesta si cerca un approdo sicuro, caldo e ristoratore. Lo Yoga è in grado di fornire tutto questo. Nel tempo ciò che è emerso in modo sempre più chiaro però è stato che la pratica di Yoga è espressione diretta della vita di chi lo pratica.
Durante la pandemia sono stati forniti molti strumenti attraverso il protocollo Mindfulness Based Stress Reduction di otto settimane. Nell’ultimo anno abbiamo iniziato ad esplorare anche la pratica di Vishoka, una forma di meditazione con oggetto basata sul respiro che si apre piano piano ad una sensibilità pranica energetica. In entrambe i casi si può accedere ad uno spazio di equilibrio e di serenità interiore. A volte si possono percepire spazi luminosi altre volte semplicemente i contenuti mentali. Entrambe le pratiche ci aiutano ad accedere ad una realtà di maggiore consapevolezza del nostro corpo e della nostra mente.
Ciò che è importante ricordare è che la pratica non elimina i pensieri. Quando ci si avvicina a pratiche meditative e quindi di Yoga si hanno legittime aspirazioni, aspettative e preconcetti.
Nello Yoga Sutra viene citato il verso 1.2 Yoga Citta Vrtti Nirodhah. Lo Yoga è la cessazione o confinamento dei vortici mentali.
Fermandoci su questo aforisma si potrebbe pensare che lo stato di Yoga, sia solo uno spazio in cui i pensieri spariscono. In parte è cosi e in parte non è assolutamente così. Se fosse unicamente vero che lo Yoga ci conducesse ad uno spazio senza contenuti mentali allora come potremmo fare parte di questa vita? Come potremmo essere ciò che siamo cioè esseri sociali, relazionali?
E’ evidente invece che più pratichiamo e maggiore è la possibilità di riconoscere uno spazio mentale senza esserne tuttavia coinvolti. Trovo sempre efficace ricordare e ricordarmi che ciò che incontriamo nella pratica è frutto del nostro contenuto mentale.
Siamo cioè noi stessi il contenuto della pratica in quel preciso istante.
Se appaiono quindi pensieri durante una qualunque sessione è una buona cosa perché abbiamo la possibilità di osservarli. Aspettarsi di ottenere lo stesso effetto desiderato ogni volta che viene attivata quella medesima tecnica è o una illusione o una fuga dal mondo esterno (che rimane comunque una illusione). In questa idea si può scorgere un diffuso equivoco in relazione alle pratiche di Yoga intese solo come pratiche di rilassamento e di benessere.
Dal punto di vista marketing fa certamente gola soffermarsi solo su questi due aspetti: un profondo rilassamento e una sensazione pervasiva di benessere fisico e mentale.
Ciò che si fatica spesso ad accettare e comprendere è che lo Yoga è una disciplina, una pratica spirituale e uno stile di vita che ci aiuta davvero ad osservare la nostra vita.
Se non ci apriamo a questa possibilità utilizzeremo lo Yoga come un tappo dorato ai nostri nodi interiori, ai nostri preconcetti e a ciò che ci limita nell’esprimere le nostre potenzialità innate.
Potremmo ad esempio pensare che si debbano fare alcune pratiche per allenarci ad ottenere un certo risultato con una certa prestazione. E’ fondamentale ricordare che le tecniche di Hatha Yoga sono una via verso il Raja Yoga cioè la meditazione e l’etica. Quando pratichiamo Hatha Yoga possiamo sciogliere blocchi interiori, nodi, dubbi e pigrizia per poi, e sottolineo poi, portare tutto in meditazione. Impariamo a portare uno sguardo consapevole sugli opposti e sulle transizioni da uno stato ad un altro. E infine ci apriamo a ciò che la mente ci propone. L’Hatha Yoga compassionevolmente ci fornisce strumenti per mantenere il corpo vibrante e funzionale e per bypassare la mente entrando in uno spazio di calma e stabilità interiore. Tuttavia ciò è soltanto un primo passo perché nel quotidiano siamo fatti di pensieri ed emozioni.
In ogni istante rispondiamo alla vita con i nostri pattern comportamentali, con le nostre personalissime lenti di osservazione della realtà. Ecco che quindi si può creare facilmente una distonia tra la pratica sul tappetino e la nostra quotidianità. Se invece ci apriamo al contenuto mentale, in modo progressivo, gentile e sistematico allora possiamo abituarci a scorgere come ‘funzioniamo’.
L’osservazione consapevole e senza giudizio fa emergere uno spazio di compassione e di gentilezza verso noi stessi e poi verso il prossimo. Se fossimo solo focalizzati su noi stessi, sulla nostra personale idea di eliminare i pensieri, come potremmo poi aprirci al prossimo, incontrare le emozioni di chi ci è vicino e fornire la risposta più appropriata?
Lo Yoga quindi è un ponte che connette la vita quotidiana e la vita ‘spirituale’, due dimensioni una interiore ed una esteriore. Maggiore è la costanza della pratica (abhyasa e vairagya) maggiore è la nostra capacità di tornare ad ogni istante in uno spazio di equanimità e di pace interiore.
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