Mi ritrovo a scrivere questo articolo al termine di un bellissimo evento di Yoga organizzato in Sardegna. Quest’anno è il secondo ritiro che sono riuscito ad organizzare dopo quello delle Gran Canarie. Sono molto grato a chi ha permesso tutto questo: ad Alessia Martuscielli che ha gestito egregiamente il cibo e l’organizzazione delle escursioni in Spagna; e a Daniela Scamuzzi che ha gestito e organizzato in modo perfetto la logistica in Sardegna.
Nelle ultime ore di questa lunghissima estate voglio cogliere l’occasione per ringraziare chi ha partecipato a questi due eventi. Chi ha creduto in noi, nella nostra capacità di organizzare un evento e nel valore aggiunto che, credo, siamo riusciti a fornire. Ho visto con meraviglia la bellezza della pratica su chi ha partecipato. Ogni gruppo ha iniziato con determinate energie per poi armonizzarsi nel tempo, in modo delicato e profondo. Ho sempre trovato affascinante ascoltare i feedback degli studenti. Questo perché nel momento in cui si verbalizza ci si consente di prendere coscienza in modo esplicito di una emozione, di una sensazione o di un pensiero. La condivisione, inoltre, aiuta me come insegnante a comprendere in che modo l’altro sta vivendo la pratica, che idee si sta facendo di alcune tecniche e che idee io stesso ho della pratica. In sostanza ci facciamo da specchio. Questo aiuta l’insegnante a scendere da un eventuale piedistallo e ad accogliere l’altro nelle sue manifestazioni.
Comprendendo l’importanza dell’ascolto reciproco, quindi, possiamo rendere la nostra pratica ancora più vigorosa e luminosa. Non siamo soltanto individui sul tappetino, ma diventiamo un unicuum con le energie altrui. Saper ascoltare è tuttavia un’arte che va coltivata nel tempo e condizioni come ritiri e workshop ci aiutano in questo.

La pratica di Mindfulness associata alla forma delle Asana ci ha consentito di osservare con consapevolezza le nostre storie personali e i pensieri che si frapponevano tra noi ed il vissuto altrui. E’ accaduto così che ciò che all’inizio appariva come una barriera insormontabile, piano piano sia divenuta sempre più una superficie permeabile e malleabile.
Siamo stati disposti cioè, ad accogliere l’altro nelle sue espressioni multicolori, con meno giudizi, meno rigidità. Abbiamo forse scoperto che ciò che avevamo messo in atto non erano altro che nostre proiezioni, idee, pregiudizi senza fondamenti solidi.
E’ stato meraviglioso poter ascoltare gli effetti della pratica di Pranayama approfondendo i concetti di Kriya Yoga (Tapas, Svadhyaya, Ishvara Pranidhana) sullo stato fisico e mentale di chi lo ha praticato. Tecniche come Agni Sara, Uddiyana Bandha, Nauli hanno reso le nostre mattine più energiche e vigorose. Surya Bhedana e Pracchardana Vidharana hanno rappresentano degli elementi unici in alcuni momenti delle settimane per comprendere la relazione tra corpo e mente. Ed infine Nadi Shodana come pratica regina per sviluppare una nuova consapevolezza, legata alla forza vitale o prana.
I feedback delle pratiche di Vishoka sono stati ancora più impressionanti: descritte 2500 anni fa hanno preso forma spontaneamente, senza forzare e con la massima fiducia possibile in quel preciso momento.

Ponendoci con curiosità e apertura di cuore abbiamo scoperto come nello Yoga non cerchiamo di alterare il nostro stato mentale e di coscienza. Raffinando il respiro in modo sistematico e secondo un preciso e scientifico approccio, possiamo far emergere una qualità della mente già presente in noi.
Nelle pratiche più profonde di meditazione non stiamo utilizzando la fantasia per mettere in atto un lavoro di autoconvincimento razionale. Che senso avrebbe tutto questo se poi non fossimo in grado di osservare dove, ripetutamente, mettiamo in atto i nostri meccanismi automatici?
Ci impegniamo invece ad eseguire una pratica e ad osservare con presenza mentale il suo effetto prima, durante e dopo. Tutto questo con il supporto di un setting naturale, senza musiche, senza sostanze chimiche aggiunte, che altererebbero uno spazio di auto osservazione consapevole.
All’inizio può essere sorta l’idea che alcune condizioni come quelle di luminosità interiore o di pulsazione pranica debbano emergere sempre allo stesso modo. Poi abbiamo visto come tali condizioni possono apparire assieme o anche non apparire in modo esplicito ma comunque come sia possibile percepire uno spazio consapevole di equanimità, nel momento in cui la mente si acquieta.

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