Patanjali, l’autore dello Yoga Sutra, prova a fornirci una visione su cui basare la nostra pratica quotidiana. Le indicazioni fornite, come ogni aspetto dello Yoga, vanno osservate con approccio metodologico, pragmatico, costante e flessibile. I principi che guidano questa disciplina (i 4 brahmavihara) sono l’equanimità, l’amore, la compassione, e la gioia.
Questi quattro aspetti di pratica emergono spontaneamente durante la pratica. Alcuni di essi possono essere già presenti o emergere per primi.
Quando l’ho letto per la prima volta non ci ho creduto.
Posso veramente sperimentare la gioia e la compassione pura?
Mi sono sempre chiesto se l’intenzione fosse la chiave di questa disciplina: l’affermare ad esempio ‘voglio essere buono’ con l’intenzione di essere di aiuto a noi stessi e al prossimo. Questo è un inizio ma non è stato mai sufficiente per comprendere veramente se la natura umana fosse veramente buona intrinsecamente. Per come la vedo, abbiamo la responsabilità di verificare se ciò che è scritto nei testi è vero o se sono fantasie dell’autore, costrutti mentali, forme autoipnotiche, suggestioni, prodotti fisiologici indotti da apnee o iperventilazioni.
Guardando gli eventi del quotidiano tutto farebbe pensare che la tendenza umana sia quella di autodistruggersi, di volgersi al male in una spirale di dolore. E’ davvero cosi?
Per rispondere a questa domanda dovevo prima verificare se effettivamente questo spazio di gioia e di compassione, di amore, fosse reale o se fosse un ‘peace and love’ una sorta di auto-convincimento magari amplificato da droghe psichedeliche che bilancia i pensieri negativi e le impressioni karmiche negative. Se cosi fosse tutto si ridurrebbe ad una pratica di auto ipnosi, ad una manipolazione della mappa mentale volta ad alleggerire il peso della realtà fatta di dolore e sofferenza.
Ritengo che alcune pratiche siano effettivamente e compassionevolmente di questo tipo. Il nostro auto-convincimento, la nostra tendenza a riconoscerci con le nostre idee, etichette ed eventi passati, le nostre storie su chi siamo e su come dovrebbero essere le cose: tutto questo ci rende chiusi, diffidenti, cinici, menefreghisti, egoisti.
Quindi la pratica di Yoga ci aiuta a bypassare quel circolo mentale vizioso e ad entrare in uno spazio di pace interiore, gioia e luminosità. Accade realmente.
Più pratichiamo e maggiore si rafforza il percorso mentale associato a quella dimensione.
Utilizziamo cioè il principio del vrtti – samskara – chakra.

La tendenza della nostra mente è quella di creare delle abitudini spesso causati da bias cognitivi.
I vortici mentali causano impressioni karmiche che a loro volta rafforzano i pensieri negativi in un ciclo infinito.
Quindi si utilizza lo stesso principio ma, questa volta, accedendo ad una dimensione di gioia e di luminosità interiore che ci consente di percepire la realtà in modo differente.
Questo spazio che emerge è il frutto di alcune pratiche, di mera tecnica o c’è dell’altro? E’ uno spazio che emerge da solo o siamo noi che lo creiamo?
Appurato che esiste questo spazio in cui la ‘presa’ dei pensieri è ridotta al minimo, possiamo notare come sorga uno spazio di equilibrio, di pace interiore in cui non siamo catturati dai pensieri e possiamo perfino concederci il privilegio di osservarli e riconoscerli.
Cosi come un razzo necessita di una grande spinta per andare nello spazio, allo stesso modo è necessario uno sforzo di pratica. Che sia attraverso il gesto quotidiano di porsi seduto, o che sia attraverso una pratica di un’asana, è necessario uno sforzo entusiastico.
Lo sforzo quindi ci aiuta a superare l’inerzia, il peso gravitazionale, e a portarci in una dimensione di pace interiore.
Il sedimentare l’esperienza in meditazione ci fa osservare come questo spazio emerga spontaneamente. E’ attraverso la mindfulness che riusciamo ad accogliere, arrendendoci alla idea che la nostra vera natura è buona intrinsecamente.
Sforzo e resa in ciò che è con fiducia.
La capacità di lasciar andare ci consente di accedere a questo spazio. E’ dunque reale.
Cosa fare di questo spazio? Ce lo teniamo così come è? Se cosi fosse sarebbe una mera fuga dalla realtà, un modo di evitare la melma. E’ così che emergono teorie estremiste, che mortificano il corpo considerandolo impuro, che si radicalizza il concetto di ‘pulire’, ‘purificare’.
Se da una parte è necessario riconoscere l’esistenza di blocchi, fisici e mentali come causa della sofferenza, dall’altra parte notiamo che è grazie ai blocchi che esiste una pratica e che esiste uno spazio di gioia e luminosità. Quindi questo spazio serve per portare uno sguardo laddove sedimentiamo. Non è sufficiente stare in quello spazio, bisogna procedere oltre.
E qui accade che aprendoci all’esterno possiamo notare come la nostra pratica sia supportata da un intero Universo.

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