Patanjali definisce l’asana come una forma fisica che manifesta due caratteristiche: Sthira e Sukham. (Y.S.2.46)
Il termine sanscrito Sthira indica stabilità, mentre Sukham si riferisce ad uno spazio comodo.
L’asana quindi avviene quando manifesta queste due qualità, ma non solo.
L’ asana è al centro della pratica dell’Hatha Yoga. Le parole ‘ha’ e ‘tha’ indicano rispettivamente l’aspetto maschile e femminile dell’energia, il sole e la luna, l’espansione e la contrazione. Esistono centinaia di posizioni fisiche ma Vyasa, uno dei maggiori interpreti dello Yoga Sutra, elenca soltanto tredici posizioni e sono tutte sedute. Questo avviene perché le asana sono introdotte in un contesto meditativo volto al raggiungimento dello stato di liberazione dalla sofferenza e di realizzazione di sè, ovvero di samadhi.
Assieme alle pratiche di pranayama e di pratyahara, le asana consentono di preparare il terreno per le pratiche degli ultimi ‘strati’ dell’ashtanga yoga, ovvero dharana, dhyana e samadhi.
Il percorso avviene prima attraverso l’esplorazione fisica e materiale dell’asana.
Le posizioni classiche enfatizzano due aspetti fisici:
– Il pavimento pelvico (pranic hub)
– L’allineamento assiale della spina dorsale
Patanjali cita come primo fattore la stabilità e non è un caso.
La stabilità, infatti, va di pari passo con il cambiamento. Spesso consideriamo questi due aspetti come antitetici ma sono legati intrinsecamente l’uno con l’altro. Tutti i sistemi biologici e quindi comportamentali si basano sul principio della omeostasi, ovvero tendono a mantenere l’integrità del sistema. Nella stabilità si può percepire uno spazio di sicurezza, da cui successivamente sarà possibile esplorare nuovi territori e quindi applicare un cambiamento consapevole.
Quando si entra in un’asana si ricerca un primo livello di resistenza ed in quello spazio, attraverso il respiro consapevole si raggiunge un nuovo equilibrio fisico, emotivo, energetico.
E’ possibile riconoscere la transizione da uno spazio abituale, conosciuto e spesso poco funzionale ma che percepiamo come sicuro, ad uno spazio nuovo, inizialmente sconosciuto e ricco di informazioni.
La comodità di cui parla Patanjali è chiaramente una dimensione fatta di tensione appropriata, che si è in grado di accogliere, ascoltare e gestire.
I principi di allineamento forniscono la stabilità fisica e strutturale, manifestata dalla forza e dalla flessibilità.

Tuttavia, come spesso amo ripetere, lo Yoga non è ginnastica, e le asana sono una preparazione a qualcosa di più ampio e profondo.
Le asana consentono di ripristinare la naturale connessione con il nostro corpo e di ristabilire equilibrio ed armonia interiore. La stabilità emerge quando un organo, un arto, un sistema, non viene disturbato dal funzionamento di altri organi, sistemi o arti. Si pensi ad esempio a quando in caso di pericolo si attiva il sistema nervoso simpatetico, producendo una quantità di adrenalina nel corpo. Il battito cardiaco accelera dirigendo maggiore apporto di sangue agli arti o alle zone che si attivano per la fuga o l’attacco. La paura è quindi un elemento pervasivo ed intrinseco della natura umana. Se si ascolta con accuratezza il respiro si noteranno sempre tremolii e piccole interruzioni. Uno degli obiettivi dello Yoga è ripristinare un movimento armonico del corpo, ovvero del respiro, per ricreare una condizione di equilibrio funzionale.
La consapevolezza del respiro applicata all’asana fornisce la stabilità fisiologica e quindi l’equilibrio del sistema nervoso.
Se, durante un’asana, il respiro è erratico, corto, affaticato, la forma fisica manifesterà un certo grado di scomodità, la quale si rifletterà sul nostro stato mentale.
Una posizione di yoga deve quindi manifestare agio anche quando vi è uno sforzo fisico.
Patanjali enfatizza nel paragrafo successivo (Y.S.2.47) come raffinare e perfezionare le posizioni fisiche siano esse sedute o in piedi.
La perfezione dell’asana è raggiunta quando si è in uno stato di senza sforzo nello sforzo, e vi è totale assorbimento nell’assoluto.

Patanjali cita il termine prayatna saithilya che significa sforzo superiore, speciale, senza stress. Questo principio viene applicato alle asana, al pranayama, alla meditazione.
Prayatna saithilya è quindi il lasciar andare ogni sforzo, ovvero coltivare uno stato mentale e fisico intimamente rilassato. Uno dei segreti dell’hatha yoga è che l’energia sottile, il prana, non è in grado di fluire laddove si manifesta tensione muscolare.
Tuttavia per tenere una forma fisica è necessario applicare una certa tensione muscolare e l’affermazione precedente sembrerebbe contraddittoria.
Ciò a cui Patanjali fa riferimento in realtà è l’esperienza di un’asana nel suo insieme: quando l’asana viene accolta con una mente stabile ed equanime essa manifesta la caratteristica di sforzo senza sforzo. In che modo è possibile coltivare questa nuova attitudine?
Uno dei metodi è allenare il corpo a respirare in modo appropriato.
L’asana, cioè, si trasforma in una pratica di respirazione consapevole. Forme fisiche più intense andranno a sfidare ed allenare il sistema nervoso, espandendo lo spazio di comfort zone, incontrando nuovi limiti e nuove resistenze. Una mente stabile è possibile se il sistema nervoso è stabile. Le pratiche di respirazione consentono di coltivare la resilienza e la stabilità fisiologica. Si è cioè in grado di adattarsi a nuove situazioni (nuove asana) con tutto il nostro corpo fisico, il nostro respiro, la nostra mente. La stabilità e la comodità vanno di pari passo consentendoci di rimanere rilassati anche nei momenti di picco delle forme fisiche.
Se siamo rilassati, i tessuti nell’area direttamente ingaggiata non manifestano blocchi ma sono liberi di ricevere e di assimilare i nutrienti trasportati dal flusso sanguigno, che ora è amplificato e più efficiente. Questo evento accelera il processo di recupero fisico, aumenta la forza e la flessibilità e incrementa il livello energetico, la determinazione e la resistenza.
Il secondo aspetto citato da Patanjali, ananta, significa senza fine, spazio. Nella tradizione yoga, nel tantra e nella mitologia indiana, ananta si riferisce al serpente primordiale, all’Assoluto.
Ananta è una intelligenza omnipervasiva, auto sostenuta. Nel corpo umano questa intelligenza innata è chiamata kundalini shakti, puro spazio, intelligenza senza forma.

Praticando con costanza e determinazione, è possibile accedere allo spazio che viene maggiormente interessato da un’asana, con un’attitudine senza sforzo. Si raggiunge quindi una condizione di assorbimento mentale in quello spazio. Come descritto nel paragrafo Y.S.1.41 l’assorbimento infonde la mente con l’intelligenza di quello spazio. E’ possibile osservare con consapevolezza cosa rappresenta quello spazio per noi, i suoi punti di forza e di debolezza e quindi trovando la possibilità di accogliere e superare quelle debolezze, quelle emozioni memorizzate nei tessuti, trasformarle in modo consapevole.
E’ possibile accedere a quello spazio assoluto quando si respira in modo fluido sia nel movimento che nella forma fisica stabile. E’ richiesta una costante attenzione non solo ai principi di allineamento ma anche al flusso del respiro in tutte le fasi della pratica
Il respiro dovrebbe manifestare specifiche qualità che vengono elencate e raffinante a lezione.
Qualunque pausa nel respiro indica che si sta creando una tensione e quindi si sta bloccando il flusso di prana.
Quando si mantiene la forma fisica si dovrebbero rilassare completamente tutte le parti del corpo non interessate dall’azione fisica. Infine la mente, consapevole, dovrebbe appoggiarsi nello spazio di tensione funzionale dell’asana e osservare ciò che emerge dallo spazio stesso. Da dove deriva quella tensione? Esistono pensieri, immagini associate ad essa? Nel momento in cui il respiro si espande e si equalizza, lasciamo andare anche mentalmente ciò che era stato consapevolmente riconosciuto e osservato in precedenza. Una dimensione di gioia e luminosità può infine emergere in modo spontaneo e naturale.
Bibliografia
- Clearing the path – Stephen Parker – Ed. Elizabeth Licth – Ahymsa Publishers 2017
- The practice of the Yoga Sutra – Sadhana Pada – Pandit Rajmani Tigunait – Himalayan Institute
- Vishoka Meditation Teacher training – Himalayan Institute
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