Si è concluso da qualche giorno il secondo ritiro di Yoga e Mindfulness presso il monastero di Fara Sabina. E’ stata una esperienza intensa che ha coinvolto tutti i partecipanti e ci ha consentito di approfondire vari aspetti di pratica: asana, pranayama, meditazione, studio dello Yoga Sutra. L’energia del gruppo si è manifestata ben prima dell’incontro in monastero, individualmente e collettivamente.

Ogni ritiro infatti viene preparato con ampio anticipo e questa seconda edizione è stata caratterizzata oltre che dalle lezioni quotidiane, anche da 4 workshops di ‘Viaggio nello Yoga’ tenutesi tutti i venerdì pomeriggio. Inoltre, prerequisito essenziale di ogni partecipante, è stata una pratica costante per almeno due mesi continuativi. Tutto questo è nato dalla esigenza di avvicinarci ad una esperienza profonda e strutturata che potesse creare un ambiente idoneo e rispettoso della pratica di Yoga.
Le asana ci hanno consentito di sciogliere e iniziare la giornata in modo energico preparando il terreno per la pratica di meditazione seduta. La sequenza di pranayama meditativo che caratterizza Vishoka è stata estremamente efficace nel riportare la mente in un focus, in uno spazio dove condensare le nostre attenzioni. Se all’inizio ci si è concentrati sul ‘fare bene’ la sequenza, successivamente si è potuto apprezzare e osservare le qualità dei vari punti su cui si medita e si respira. Si è scoperto così che ogni punto ha delle qualità uniche e che se la nostra mente si allena con il respiro è allora possibile accedere a tali proprietà. Il primo obiettivo di Vishoka è aprire il terzo occhio o Ajna. Per fare questo è stato necessario ‘allenarsi’ nel condurre la propria attenzione e il proprio respiro nello spazio al centro della fronte, in modo sistematico e dopo una precisa sequenza. La sequenza andava rispettata per non alterare il risultato: non vi era nulla di inventato, nulla di fantasticato o immaginato nè visualizzato. In questo modo è stato possibile allineare la mente al respiro ed accedere ad uno spazio di sthithi o stabilità mentale fatto di gioia e luminosità interiore.
Spazio e tempo hanno rappresentato i due aspetti con i quali abbiamo praticato nel nostro corpo, che rappresenta l’intero Universo. Aprendosi a questa prospettiva la pratica da mera tecnica è potuta divenire un modo di ‘respirare’ e ‘lasciarsi respirare’ dall’intero mondo. Le sessioni di Yin Yoga introdotte nel ritiro sono state un chiaro esempio di questo approccio di auto-osservazione consapevole. Durante tali esperienze si entrava nel proprio corpo attraverso, non solo il respiro, ma anche la propria capacità descrittiva dell’esperienza. In questo caso si mollava gradualmente la presa e ci si affidava all’esperienza di quell’istante. Si è stati meno propensi a seguire una specifica sequenza perché era nel singolo respiro che si voleva accedere ed osservare. Si applicava nelle asana, gli yamas e i niyamas studiati in precedenza, cioè la condotta etica. Ci si coglieva in zone di fragilità interiore, di egoismi, per poi sciogliere con un respiro morbido. Quando la mente si stabilizzava era possibile porsi in una condizione di equilibrio e osservare le proprie tendenze più profonde, i propri vasanas: la rabbia, l’orgoglio, le paure, le aspettative e i pregiudizi. Si è notata con maggiore facilità come tali vasanas facessero da trigger ad una motivazione che spingeva all’azione. Tale azione si manifestava come pensiero, come parola o mediante il corpo fisico. Nel tempo si è appreso come rimanere in uno spazio fisico e temporale assieme al contenuto che emergeva.
Sorgeva cioè un modo, un’attitudine nuova verso i contenuti mentali: non si spingeva via, non si rifiutava, non ci si attaccava a ciò che si presentava nello spazio mentale. L’osservazione raffinata ci ha fatto notare come ci si identificasse facilmente nel risultato delle proprie azioni e come tale identificazione potesse essere una sorgente di sofferenza. Il nostro primo obiettivo è stato quindi quello di diventare amici di questi contenuti mentali, di accoglierli senza alimentarli, di non prenderci troppo sul serio, anche se quello che stavamo facendo era estremamente profondo e serio. Abbiamo notato come l’identificazione con ciò che emergeva dalla esperienza, rinforzasse inoltre il sorgere di pensieri e azioni ‘analoghe’: convinzioni limitanti, ossessioni, giudizi, pregiudizi, comportamenti e pensieri ripetuti nel tempo.

Leave a Reply