Ciò che noi chiamiamo respiro nello Yoga è qualcosa che va ben oltre il semplice inspirare ed espirare.
Il respirare ci apre a diversi aspetti della pratica dello Yoga, di cui il Pranayama è uno degli elementi fondanti. Il termine Prana in sanscrito vuol dire respiro, forza vitale e Yama significa pausa, espansione.
Il corpo è alla costante ricerca di un equilibrio dinamico e in questo incessante sforzo spendiamo moltissime energie senza sviluppare un metodo e un approccio sistematico. Per comprendere l’importanza di adottare una disciplina come lo Yoga consideriamo per prima cosa il modo in cui respiriamo.
Esistono tre modi di respirare:
- In modo volontario (ad esempio quando cantiamo, quando si pratica il pranayama, quando si soffia..)
- In modo non volontario (ad esempio quando siamo preda delle emozioni, quando tocchiamo qualcosa di caldo)
- Autonomo (quando non siamo consapevoli del nostro respiro, quando dormiamo)
In generale il respiro viene influenzato da tre fattori principali:
- Il dolore (fisico o mentale)
- Lo stress
- Le emozioni (in particolare quelle negative)
Tutte le condizioni suddette influiscono sulla modalità respiratoria non volontaria. Nel tempo queste abitudini e modalità di respirare si sedimentano, si consolidano a tal punto che diventano il nostro modo abitudinario di respirare. Questo effetto è denominato ‘emotional coupling’. Il legame tra le emozioni forti negative e il modo in cui respiriamo è talmente saldo che nemmeno ce ne rendiamo conto. Spesso accade che mentre facciamo le nostre attività quotidiane tratteniamo il respiro senza accorgercene. Oppure che si respiri soltanto con il petto e quasi mai con il diaframma.

Più di 2500 anni fa Patanjali, l’autore dello Yoga Sutra, affermava che il modo in cui respiriamo può rappresentare un ostacolo alla gioia e alla felicità. (Y.S.1.31). La gioia e la felicità a cui faceva riferimento Patanjali non è la gioia che proviamo nella ordinarietà quando ad esempio otteniamo un oggetto che desideriamo, perché quello stato o condizione non è duraturo nel tempo. Patanjali si riferisce invece ad una condizione differente che per convenzione chiamiamo gioia, ma è qualcosa di molto di più profondo e vasto.
Nel sutra 1.31 si citano quindi quattro impedimenti a questa condizione di gioia:
- Dukkha (il disagio fisico e mentale)
- Daurmanasya (l’agitazione mentale)
- Angamejayatva (letteralmente il ‘tremore degli arti’ cioè l’irrequietezza)
- Svasa (l’inspirazione)
- Prasvasa (l’espirazione)
Tali elementi sono validi singolarmente e contemporaneamente. Ovvero si inizia a praticare in modo lineare per poi svilupparsi in modo concentrico. Ogni elemento si connette ed arricchisce l’elemento precedente e successivo.
Dal disagio fisico e mentale deriva la nostra lotta interiore incessante che impiega risorse fisiche e mentali per eliminare la sofferenza. In poco tempo si attua un meccanismo che ci tiene sempre sulla difensiva e i pensieri tendono facilmente al negativo, al cosiddetto mind wandering e ai pensieri ruminanti.
Quando questi tremori (mentali e fisici) si diffondono nel corpo, siamo meno stabili, si riduce la fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità e ci sentiamo costantemente minacciati dall’ambiente esterno. La nostra capacità discriminante viene quindi offuscata e il nostro intero sistema fisico ne risulta sbilanciato: il sistema nervoso, il sistema endocrino e quello circolatorio non riescono a comunicare tra di loro in modo efficace.
Patanjali si spinge però oltre e utilizza dei termini differenti per l’inspirazione e la espirazione ordinaria distinguendoli dalle fasi del Pranayama. Questo è un punto estremamente importante perché lo Yoga non è un set di tecniche per prepararci all’apnea. Le fasi di inspirazione e di espirazione durante il Pranayama sono chiamate infatti rispettivamente puraka o abhyantara (interno) e recaka o bahya (esterno). (Y.S.2.50)
Quindi la respirazione del Pranayama è una respirazione consapevole e crea un collegamento attivo tra corpo e mente.

Attraverso il Pranayama possiamo quindi ridurre quelle condizioni citate in precedenza, lavorando dal respiro e piano piano ‘alleggerendo’ il carico a livello mentale oltre che fisico.
Il percorso dello Yoga è quindi quello di ridurre gradualmente e in modo sistematico questi vrttis cioè questi vortici mentali. Tale percorso è chiamato citta-shuddi, purificazione mentale o anche citta-santa, pacificazione mentale.
Veniamo quindi al termine purificazione. Da un punto di vista ciò che effettuiamo può essere considerato una purificazione nel senso di liberazione dei canali energetici. Viene cioè facilitato il flusso di energia nel corpo. Spesso non si utilizza il termine purificare perché da un altro punto di vista è importante coltivare un’attitudine di gentilezza amorevole e di apertura verso il mondo attorno a noi. Il termine non va inteso in modo solo letterale. Non rimaniamo cioè aggrappati alla idea che il corpo debba essere ripulito da qualcosa di negativo. L’attitudine mentale che vogliamo sviluppare è di accompagnare, dopo aver riconosciuto con consapevolezza, ciò che era percepito come impedimento. Non vi è violenza nella pratica ma una visione gentile e ferma che ci consente di percepire la realtà in modo più appagante e soddisfacente.
E’ tuttavia importante comprendere che il nostro stato mentale dipende da noi, in primis da come noi percepiamo le cose e quindi anche da come respiriamo.
Tutto questo può aprirci alle infinite potenzialità dello Yoga, se siamo pronti a sviluppare fiducia e costanza nella pratica.
Namaste
Riccardo
Leave a Reply