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Riflessioni Mindfulness Based Stress Reduction Protocol 5° Edizione

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Riflessioni Mindfulness Based Stress Reduction Protocol 5° Edizione

Novembre 5, 2024Novembre 26, 2024by Riccardo De Paolisin BlogTags #MINDFULNESS

Si è concluso da poco l’ottavo incontro del protocollo di riduzione dello stress basato sulla Mindfulness.

Perché questo titolo al corso? In effetti con il tempo e la pratica, ci si rende conto di come la gestione dello stress sia soltanto un effetto collaterale del percorso.  Bisognava trovare un titolo ed era importante aiutare ad avvicinarsi alla pratica con la classica ‘carota’. ‘Pratico cosi sto bene e posso risolvere questo e quello’.

In realtà abbiamo sfatato questo comune errore di percezione. Lo stare bene emerge chiaramente attraverso un percorso strutturato, che ci invita a trovare una modalità completamente diversa da quella che già conosciamo e a cui siamo stati abituati sin dall’inizio della nostra esistenza.

Ciò a cui siamo propensi ogni volta che si presenta una sfida quotidiana è di risolverla secondo una nostra scala di valori interna e secondo gli obiettivi che ci siamo prefissati. Effettuiamo una comparazione tra lo stato attuale e quello desiderato, percepiamo un gap (una differenza) e facciamo di tutto per colmare quel vuoto, quello spazio implementando delle strategie e ricorrendo alle risorse di cui disponiamo.

Completata l’azione diamo un valore a ciò che abbiamo realizzato ed un’accezione di positivo o negativo, un voto, una controparte economica, emotiva e cosi via identificandoci con le azioni compiute. Consumiamo, digeriamo, e riprendiamo la ricerca della soddisfazione all’esterno. Un partner più bello, più giovane, che si avvicini ai nostri ideali di bellezza, che allontani l’idea di invecchiamento, di maturità. Un nuovo prodotto tecnologico più performante. Un nuovo abito o nuovi arredamenti che possano farci fare una bella figura davanti ai nostri ospiti. Un nuovo titolo che attesti la nostra superiorità ed il nostro prestigio.

La Mindfulness ci invita a rivoluzionare questo approccio e a trovare un modo totalmente opposto: non cerchiamo di risolvere una situazione, non vogliamo performare per migliorarci o per eliminare qualcosa, non dobbiamo aggiustare qualcosa che si è rotto, non vogliamo aggiungere qualcosa alla esperienza.

La Mindfulness ci invita ad incontrare ciò che appare nel momento presente, ad osservarlo e descriverlo in modo non giudicante e con cuore aperto (cit. Jon Kabat Zinn). Quindi la pratica ci sta invitando a portare la nostra attenzione a ciò che accade nel nostro corpo e nella nostra mente osservando e descrivendo un panorama che non siamo abituati a vedere nella maggior parte dei momenti quotidiani.

I nostri sensi ci proiettano costantemente verso l’esterno nel tentativo di soddisfare un desiderio interno. Siamo eternamente insoddisfatti, in guerra con noi stessi o con gli altri, sbilanciati su un futuro che non conosciamo oppure su un passato che ha già compiuto il suo stato ma che rimane persistente nella nostra mente.

Divorando, ingurgitando, senza mai entrare in intimità, alimentiamo l’attaccamento ed il desiderio pensando che questa sia l’unica via possibile. Il sistema in cui viviamo, il marketing che ci inonda ogni giorno, si basa su questo: creare nuovi desideri, nuove esigenze, farci sentire non-pieni, non-completi. Se acquistiamo, se aderiamo ad un modello di bellezza, allora possiamo entrare nella cerchia di chi è meritorio. Ma la sensazione di soddisfazione durerà poco perchè il sistema proporrà un nuovo aggiornamento tecnologico, perchè l’invecchiamento avanza e quindi il nostro partner non andrà più bene come prima, o noi stessi non andremo più bene per il gruppo di riferimento.

La cosidetta libertà di scelta non è vera e libera scelta ma è condizionata.

Questo aggrapparsi a delle realtà create da noi stessi, da team specializzati, dai costrutti sociali, dalle religioni, dalle aderenze ideologiche o settarie, quasi come una dimensione collosa ed appiccicaticcia, impedisce di godersi ciò che avviene in ogni istante: un tramonto, un piatto di pasta preparato con i suoi ingredienti, i sapori, gli odori, i colori, una persona che ci parla e che non ascoltiamo perché pensiamo ad altro.

Il dare priorità a diverse linee temporali non è un male assoluto.

E’ necessario progettare il futuro ed avere obiettivi, ed è onorevole ricordare il passato e ciò che è stato. Ciò che causa la sofferenza è rimanere incastrati in pensieri ruminanti, in idee su noi stessi e noi stesse (‘what if?’), oppure su fantasie (perché quelle sono) su un futuro che ancora non si è dispiegato.

In entrambe le situazioni è come ritrovarsi in delle sabbie mobili: più ci si muove e più ne rimaniamo invischiati. 

Il pensare che la fuga possa esserci di aiuto ci da l’illusione temporanea di aver risolto qualcosa. Siamo liberi di fuggire ma (purtroppo lo constato ogni volta su di me in primis) non vi è un luogo che ci libererà da contenuti dolorosi e nemmeno un oggetto materiale che ci renderà felici e gioiosi, appagati e soddisfatti per sempre. Eppure siamo esperti in questo: alcool, sesso, droghe, attività fisiche estenuanti o adrenaliniche, pratiche ascetiche con l’intento di cancellare e bruciare qualcosa, oggetti sempre nuovi. Quello che cerchiamo di fare in sostanza è di stordirci, di distogliere lo sguardo da ciò che si manifesta. Nasce quindi l’indifferenza, il cinismo, un approccio ai rapporti sociali di tipo usa e getta, la ricerca di un ente salvifico che faccia il lavoro per noi, la ricerca di una esperienza mistica che ci porti in un altro luogo.

Qualunque cosa facciamo ha dentro di se un seme di paura e di disagio ed un desiderio, una richiesta di amore e di riconoscimento, di realizzazione di se. 

La mindfulness ci sta invitando con compassione e gentilezza amorevole ad aprirci piano piano verso questi spazi.

Che cosa è questo desiderio? Che cosa è questa paura? 

Non stiamo quindi (solo) decentrando l’attenzione utilizzando il respiro. 

Le prime settimane, ma anche mesi di pratica, si potrebbe ritenere di risolvere una situazione che emerge (ansia, rabbia) usando il respiro come una tecnica.

Vi informo che funziona, cosi come funzionano le pratiche di pranayama per ‘ripulire la mente’.

Se questo è ciò di cui abbiamo bisogno facciamolo perché in ogni caso ci centrerà, ci stabilizzerà, creerà una memoria positiva di uno stato mentale di pace ed equanimità.

Se il contenuto di dolore è troppo intenso possiamo radicarci con le pratiche basate sul body scan. Il rilassamento è importante ma nel rilassamento continuiamo ad osservare: le sensazioni, i pensieri, le emozioni.

Quando abbiamo pacificato il corpo e la mente, la pratica prosegue. 

Quindi meditazione non è rilassamento.

Cosa fare se non si riesce a pacificare la mente? Un dolore di un abbandono, di un distacco, non possono essere eliminati. Terminate le pratiche, dopo ore o con determinati ‘trigger’, ecco che riemergeranno i pensieri disturbanti e potremmo allora pensare che la pratica non stia funzionando. 

Il punto è che i pensieri non possono essere eliminati, o fermati. Essi emergeranno dall’oceano del nostro inconscio individuale e collettivo. Quindi quelle pause, quei momenti di stabilità, sthiti, erano delle piccole oasi per ristorarci, con la presa di coscienza che il lavoro da fare poi è anche altro.

Nasce cioè la fiducia che è possibile accedere ad uno spazio interiore di pace, di equilibrio: esiste è reale ed è la nostra natura quando la mente è pacificata. Qualunque sia il nome che gli vogliamo dare, quello spazio di amore è già qui. E’ la luce della Luna in una notte d’estate, coperta dalle nuvole. Silenziosa, calma, sorridente ci osserva ed è proprio li malgrado le nuvole che, proprio come i nostri pensieri, scorrono via.

Tutte le pratiche basate sullo shavasana e sul respiro ci donano questo spazio e sono forme meditative attraverso le quali osservarci: non dormiamo (a volte capita!), ma è uno stato diverso di coscienza. 

Dobbiamo essere sinceri con noi stessi e noi stesse e non considerare la mindfulness come l’ennesimo prodotto commerciale per fermare e risolvere. Non è una pillola magica. Possiamo pensarlo ma tanto non funzionerà.

Quindi ‘rimaniamo in delicata attesa’ dei contenuti che riemergeranno. 

Pian piano ci renderemo conto che è possibile anche far circolare quella emozione, quel treno di pensieri abbracciandoli con il respiro. 

Citando una canzone di Lucio Battisti: ‘ Aaaancora tuuuu, ma non dovevamo vederci più?’

Per qualche minimo istante possiamo respirare in compagnia di quel contenuto mentale che riaffiora.

Dove vaga la mente quando parliamo con gli altri? Dove vaga la mente quando puliamo la nostra camera? Dove vaga la mente quando c’è meno luce o fa più freddo?

Impariamo a fare amicizia con ciò che appare.
Scopriamo che siamo connessi l’uno con l’altro, che facciamo parte di un insieme più grande di noi.

Nel momento in cui ci si apre durante le fasi di inquiry (domande, risposte, condivisioni a cuore aperto), ascoltiamo con maggiore presenza mentale ciò che il compagno di pratica ha verificato. Questo passaggio è cruciale. 

Per questo pensare di fare la mindfulness in solitario o in modalità passiva con un audio è inutile e controproducente nel lungo termine. La pratica si realizza assieme.

Sentendoci sostenuti dai feedback degli altri praticanti ci sentiamo meno soli con i nostri disagi, le nostre ansie e paure. Forse qualcuno ha trovato per noi le parole che non riuscivamo a tirare fuori: che sensazione di apertura e di gioia emerge!

Quel pilota automatico che iniziamo a vedere, i nostri pattern mentali, le nostre abitudini, iniziano ad allentarsi, ad avere una presa minore sulle nostre convinzioni. 

Abbiamo avuto modo di notare in modo così netto e chiaro come si possa trasformare il quotidiano quando siamo in grado di rallentare, di respirare, di descrivere con dettagli la relazione tra pensieri, emozioni, sensazioni fisiche. Dalla modalità automatica, dal fare pratica, siamo pratica: in ciò che facciamo, nelle parole che usiamo, nelle intenzioni che generiamo.

Le osservazioni che emergono dalle condivisioni hanno in se le qualità di compassione ma anche di saggezza: escono spontaneamente dalla pratica. Come si diceva in precedenza, non vi è un obiettivo, un fine. Lo scopo è riosservare, ridescrivere, aprirsi e osservarsi. 

Quando ci apriamo all’ascolto dell’altro vi è un vero incontro. 

Spesso siamo in una modalità passiva o forse aggressiva. Antemponiamo giudizi, barriere culturali ed ideologiche, religiose. La pratica ci fa vedere tutto questo e ci invita ad ammorbidire, ad aspettare qualche respiro prima di parlare. Non è il classico ‘conta fino a dieci prima di parlare’. 

Si vuole entrare in contatto amorevole con l’altro. Il che non vuole dire essere flaccidi, porgere l’altra guancia (che ipocrisia), non far valere le nostre posizioni. Significa comprendere l’altro su un piano differente come essere umano per poi riportare il tutto in un contesto ordinario fatto di ruoli sociali ed obiettivi mondani. Ognuno il suo ruolo, le sue posizioni.

Le nostre resistenze a questa pratica di compassione sono molteplici: come può essere applicata la compassione quando devo fare business? Come posso parlare di compassione se lavoro per una società che produce armi? 

Infatti emerge una questione etica e non può essere negata perché emergerà spontaneamente dalla pratica come un fiume in piena.

Se abbiamo incarnato il fatto che siamo connessi, che siamo l’uno emanazione dell’altro, deve necessariamente sorgere la domanda: ciò che faccio, ciò che penso, e ciò che dico sono di beneficio per l’altro? 

Se l’altro è diverso da me ma è anche fatto di parti di me, di foreste, di campi di grano, di Sole, etc..in che modo agiamo quando ci relazioniamo con il mondo esterno?

Lo sto divorando? Lo sto manipolando? La sto denigrando?

Chi divora chi? Chi fa violenza su chi?

L’alternativa è l’estinzione del genere umano su questo pianeta. Se non ci apriamo al prossimo saremo sempre e solo portati a pensare che ciò che facciamo è solo nostro. 

Gollum nel Signore degli Anelli ce lo ricorda benissimo: ‘Il mio tesssoroo’.

Pensiamo ai femminicidi, pensiamo alle lotte tra popoli perché uno si sente eletto da un Dio superiore rispetto ad un altro Dio. Creiamo addirittura la classifica di chi ha il Dio più importante. 

Come se Esso anzi Essa avesse bisogno del supporto di uno o dell’altro. 

Più pratichiamo maggiore emerge una connessione interna con ciò che ci circonda realizzando che questo pianeta è manifestazione dell’Assoluto. 

La Mindfulness è un modo quindi per realizzare noi stessi e noi stesse in sintonia con ciò che ci circonda. L’etica emerge spontaneamente assieme alla compassione ed alla saggezza. Non abbiamo una risposta razionale e logica per tutto e laddove la nostra mente non riesce a cogliere o conoscere, si lascia spazio alla fiducia o fede in una dimensione superiore a noi e che è sempre con noi. Non la vediamo perchè non ascoltiamo, perchè non vogliamo aprirci alla idea che Essa possa esistere.

Facendo emergere questa gentilezza, spegniamo il fuoco che arde dentro di noi. Non diventiamo passivamente coscienti senza agire. 

L’azione è fondamentale. Stiamo cambiando la prospettiva con cui agiamo, maturando in noi un contatto più profondo con la realtà che ci circonda. L’azione diviene essa stessa allineata.

Trasformiamo il modo di osservare la realtà che ci circonda e sulla base di questa presa di coscienza agiamo per il bene di tutti gli esseri.

00Parivritta Trikonasana: dalla materia allo spazio pranicoRirito di Yoga e Mindfulness – Toscana 22-25 Maggio

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