Una delle cose più importanti nello Yoga è la capacità di leggere la pratica e di adattarla al nostro corpo e alle nostre esigenze. Con ‘leggere la pratica’ si intende l’attitudine al riconnettersi ai principi degli 8 stadi dello Yoga. Questi elementi arricchiscono lo Yoga rendendolo vivo e attuale.
La lettura degli 8 Stadi dello Yoga deve essere equanime e pronta ad adattarsi a questa realtà. E’ importante conoscere e approfondire le dinamiche della mente e dei nostri meccanismi automatici per poter poi creare, stabilizzare e ‘appoggiare’ la pratica alla realtà in cui viviamo.
Ad esempio uno dei termini spesso più discussi e anche interpretati in modo fuorviante è il termine Brahmacharya.
La parola è composta da Brahma che significa coscienza suprema e da Charya che significa routine quotidiana. Letteralmente significa celibato, astinenza. Indubbiamente in un contesto monastico medioevale o comunque primordiale ha un suo senso. Esistono lignaggi e tradizioni che hanno questo elemento in comune. La motivazione è di natura ‘energetica’ quindi creando una sublimazione rivolta al raggiungimento di uno stato elevato di coscienza. Si rende cioè necessario l’abbandono del desiderio e dell’attaccamento. Esistono tuttavia tradizioni che hanno utilizzato tale energia sessuale trasformandola e utilizzandola per la propria realizzazione (pratiche tantriche).
Un’altra via è possibile e cioè portare equilibrio su questo aspetto riconoscendo con consapevolezza quando c’è attaccamento. Per riconoscere l’attaccamento è sufficiente stabilizzare la mente e osservare le nostre azioni se sono guidate da paura, ansia, aggressività o se invece sono guidate da amore e da compassione verso l’altro e verso noi stessi. E’ quindi evidente come una lettura didascalica dei testi possa generare lacerazioni se non si è aperti al dato di fatto che
I Sutra sono dei testi viventi che vanno riadattati costantemente al momento presente e vanno manifestati con la nostra vita e non con quella di qualcun altro.
Quando pratichiamo Yoga veniamo invitati a dire la nostra. Quando siamo nelle asana siamo NOI che creiamo quella esperienza. Il coinvolgimento è totale non solo sul tappetino ma ogni giorno.
Praticando con costanza, osservando con determinazione e gentilezza le nostre azioni, possiamo cogliere il senso di ciò che Patanjali chiama Abhyasa e Vairagya.
Abhyasa è lo sforzo ardente volto a calmare le fluttuazioni della mente ( Yoga Sutra 1.2: Yogah CittaVrtti Nirodhah).

Laddove Citta, Chitta, è la mente o inconscio, con memorie, impressioni e abitudini.
Vrtti sono i vortici mentali, i pensieri ruminanti.
Nirodhah è la cessazione di questi vortici, la cessazione dei pensieri ruminanti.
Il termine Vrtti indica i vortici mentali rappresentati secondo Patanjali dalla conoscenza corretta ed errata, dalla immaginazione, dalla memoria e dal sonno profondo. La gestione di tali tendenze della mente può essere messa in atto attraverso gli elementi di Abhyasa e di Vairagya.
La pratica che avviene per un periodo di tempo lungo, senza interruzione e con fiducia e apertura di cuore, porta ad uno stato mentale di calma (Yoga Sutra 1.14).

Per poter attivare questa pratica è necessario Tapas (letteralmente austerità) ovvero lo sforzo ardente e bruciante.
A volte ci capita di avere resistenze nel fare delle cose che sappiamo essere di beneficio per noi e per gli altri. Tuttavia una parte di noi genera sempre la vocina di rimandare o di lasciar stare.
Tapas è superare quel momento e quella tendenza al procrastinare. Tapas nasce da noi.
Che cosa c’è dietro il tuo Tapas?
Per me Tapas proviene dalla idea di ingiustizia sociale. E’ il vedere e percepire la sofferenza quotidiana, le prevaricazioni fisiche e verbali. Tutto questo mette in moto in me un fuoco interiore. Non so perché continui ad esserci e ho mollato l’idea di giudicare questa energia. Anzi siamo diventati amici. So che è cosi. So che è legato alla mia infanzia e adolescenza. So che è legato alle battaglie che, da quando avevo 18 anni, ho sempre fatto per i diritti LGBT.

Pensando a Tapas 
Il mio 18esimo compleanno
So che è legato alla sofferenza di quegli anni frutto delle discriminazioni subite, spesso velate basate sul linguaggio, sugli sguardi, sulle battute che feriscono l’animo in profondità. Nel tempo ho imparato a gestire e collocare le persone nei loro rispettivi ranghi. Lo Yoga e la via spirituale mi hanno aiutato a centrarmi e riconosco quanto siano profonde alcune ferite.
Tapas è anche legato all’idea di poter creare un mondo migliore. Percepire e credere che tutti noi abbiamo il diritto dalla nascita e prima della nostra nascita, di vivere la nostra vita appieno senza discriminazioni. Nessuna casta, nessuna discriminazione sessuale, nessuna etichetta, nessun peccato originale, nessuna colpa originale. Tapas è il voto che facciamo con noi stessi, di amare noi stessi e chi ci vuole bene, di onorare completamente chi siamo con tutti i nostri limiti e virtù. Tutto questo va portato sul nostro tappetino.
Tapas è nostra alleata se siamo in grado di riscoprirla e di darle la giusta collocazione, senza giudicarla, senza disprezzarla.
Per cosa ti batti?
In cosa credi?
Forse un tuo sogno? Forse il diritto a realizzare il tuo sogno?
Forse il diritto ad una paga equa?
Forse il diritto a non essere sfruttato sul posto di lavoro?
Forse il diritto ad amare chi vuoi tu?
In cosa credi? Se lo sai allora hai il tuo Tapas.
Usiamo Tapas con determinazione per vincere la nostra naturale resistenza.
Una volta trovato ciò che innesca questo fuoco interiore, esso va canalizzato e tenuto vivo, con senso di responsabilità, gratitudine e compassione.
Questo per me è Yoga.
Buona Pratica
Namaste
Riccardo
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