Abbiamo concluso da poco il protocollo Mindfulness Based Stress Reduction di 8 settimane. Questa settima edizione è stata ricca di profonde osservazioni e condivisioni. Abbiamo avuto modo di osservare la innata relazione tra pensieri, emozioni e sensazioni fisiche. Lo studio a casa e le pratiche condivise ci hanno consentito di riconoscerci nella esperienze altrui, sviluppando capacità di ascolto e di non giudizio.
La possibilità di notare il carattere impermanente dei contenuti mentali mostra come la causa del disagio, e del piacere, causato da tali pensieri ed emozioni, sia da ricercare nelle nostre identificazioni con i contenuti emersi. Ansie, paure, pregiudizi sono costantemente cristallizzati e reiterati in modo automatico, senza avere la possibilità di rendercene conto.

La mindfulness ha fornito ai partecipanti l’opportunità di riconoscere tali automatismi, fisici e mentali. Abbiamo smantellato l’idea che questa pratica, come del resto tutte le pratiche di Yoga, non siano un modo per fuggire da noi stessi, un modo per ‘stare bene’.
Cosa significa stare bene? Significa cogliere un istante di rilassamento per poi tornare a fare le stesse azioni di prima in modo inconsapevole? Significa percepire la luce pensando di avere una esperienza mistica e poi tornare ad insultare chi la pensa diversamente, giudicare o parlare male di questo o quella persona? O forse vuol dire ritrovare se stessi, portare alla luce parti di noi non viste e prendercene cura con compassione e gentilezza amorevole?
La mindfulness ci sta comunicando che il considerare la pratica spirituale come mezzo di fuga è appunto una illusione, a beneficio di guru, santoni che lucrano o manipolano persone fragili ed in esigenza. Possiamo continuare a fuggire per tutta la vita senza mai fermarci, come in genere facciamo. Allenamenti estenuanti, esperienze adrenaliniche, ore trascorse sui social media, attività sessuale, cibo, gossip, accumulo di potere o denaro, titoli e riconoscimenti. Tutto può rappresentare una via di fuga, un modo di procrastinare un incontro con una parte di noi stessi e noi stesse che è sempre presente. In questo modo, quindi, si perderà la possibilità di scoprire qualcosa di più profondo, intimo e fortemente pacificante.
Chi ha preso parte a questo protocollo ha compreso un poco di più la dinamica della nostra mente. Ora possiamo osservarci mentre stiamo per riattivare vecchie abitudini. Possiamo cogliere nel corpo le sensazioni generate, i segnali che sotto stress negativo ci spingono a compiere azioni o a dire parole inopportune che feriscono, mentono, abusano. Essere consapevoli vuol dire incarnare un atteggiamento di presenza mentale non giudicante non solo in meditazione seduta, ma anche durante tutte le attività quotidiane.
Che parole utilizzo quando comunico? Sono parole divisive o che generano comprensione e volontà di incontro anche con le esigenze dell’altro? Come mi sto comportando nei confronti di un amico o di una persona amata? E’ veramente amore oppure è una forma di riempimento di spazi, di un vuoto che non si riesce a ben definire? E’ una compagnia che ci apprezza o siamo sbilanciati per ricercare un riconoscimento, una visibilità che riteniamo di meritarci, una sicurezza? Proviamo invidia verso il collega di lavoro che ha ricevuto una promozione, ma quanto valore diamo al nostro lavoro, indipendentemente dal risultato ottenuto?
Questa attitudine richiede tempo e pratica costante, stabilità nella posizione meditativa, volontà e determinazione di stare con ciò che emerge. Lo stato di ‘benessere’ che emerge è frutto del viaggio attraverso le situazioni e la comprensione del carattere illusorio dei nostri pensieri ed emozioni. Da tutto questo emerge uno spazio di contentezza, soddisfazione: la pratica è stata resa viva, individualmente e collettivamente.
Abbiamo fatto crollare l’altro falso mito che le meditazioni debbano aggiustare qualcosa, farci ‘stare bene’ o renderci persone buone. Anche questo è una promessa manipolatoria, illusoria. E’ chiaro che ha molta più presa su una grande massa il presentarsi come l’ente salvifico che promette gioia infinita. La mindfulness non nega la gioia, ma ne chiarisce la natura, partendo da uno spazio interno spontaneo e non artificiale. Richiede fatica. Non siamo alla ricerca di effetti speciali, di esperienze mistiche per il mero gusto di provare qualcosa di diverso dalla realtà quotidiana.
La pratica è pulire la propria camera, cucinare e cogliere la bellezza dei colori delle verdure, del sapore di un piatto ben cucinato. La pratica è notare quando siamo sciatti, superficiali, egoisti, possessivi. Più ci prendiamo cura dei dettagli e maggiore sarà la trasformazione interna. La pratica è ascoltare l’altro, incontrarlo senza giudicarlo, comprendendo in lui quelle stesse paure che in noi abbiamo osservato ed iniziato ad abbracciare.

Considerare lo Yoga e la Mindfulness (sono la stessa identica cosa malgrado gli approcci settari molto diffusi), come mezzi per distrarci e fuggire, significa non aprirsi a qualcosa di più ampio. Questo meccanismo rimane sempre in azione finché non si comprende che ciò che riceviamo è il dono del momento presente, come manifestazione di altro da ciò che pensiamo. Davanti ad un evento spiacevole siamo riusciti, incontro dopo incontro, a convivere con tale dimensione, riconoscendo le nostre fragilità e le nostre esigenze. ll riconoscimento non è accettazione passiva ma è un fattore catartico che pone in moto l’azione nel mondo reale. Esso si origina da un substrato completamente differente: pacificato, chiaro, centrato, equanime, compassionevole. L’idea del ‘lasciar andare’ matura dal riconoscere e descrivere, senza ricercare il perchè delle cose (non è psicoterapia), e prendendo ‘rifugio’ nel respiro.
In questo modo riusciamo a dare un significato alle difficoltà che incontriamo: che cosa posso fare in tale circostanza e come posso trasformare tale evento con i mezzi che ho a disposizione? Non si tratta di essere perfetti ma di scoprire questa costante interdipendenza tra abitudini, pensieri, motivazione, comprensione, entusiasmo. Durante queste otto settimane ognuno di noi, me compreso, ha incontrato momenti spiacevoli, difficili, che hanno messo a dura prova la costanza ed il senso della pratica. E’ nella difficoltà che riusciamo a comprendere che se un certo evento accade, dipende in parte dalle nostre azioni precedenti. Stabili in meditazione riconosciamo le azioni negative che hanno messo in moto una catena di eventi. Tali eventi a volte si manifestano nell’immediato, altre volte a distanza di tempo. Dal pensiero alla parola ed infine all’azione.
Rifiutare di osservarsi (Svadhyaya) significa non cogliere la pratica nella sua centralità. Guidati dalla paura si metteranno in moto critiche, rancori, incomprensioni con le persone amate. Si agirà in modo sconsiderato dando una falsa soddisfazione all’ego e creando ulteriormente separazione, senso di superiorità, di controllo, di ‘vittoria sul nemico’. Un giorno poi, forse, tornerà il desiderio di pacificare, di perdonare, e non essendo pronti o preparati si inizieranno i tour messianici. Quel guru, quel maestro, quella iniziazione in Amazzonia. Si parla spesso di pratiche sciamaniche senza avere il minimo rispetto e la conoscenza di tali rituali. Alcune tipologie di persone hanno bisogno di ‘scariche’, ‘scosse’ ma tali sono.
Ricordo quando molti anni fa mi recai in un ritiro spirituale con Lame Ole Nydahl della tradizione Kagyu del Karmapa, a Berlino. Al termine delle sessioni mi avvicinai a lui come tutti i praticanti. Mentre ero in fila per la benedizione non sapevo cosa sarebbe accaduto. Una parte di me faceva riaffiorare ricordi della comunione cattolica, con annesse sensazioni di disagio. Un’altra parte era sinceramente aperta e curiosa, fiduciosa. Quando mi avvicinai a lui, il Lama pose sul mio capo un oggetto sferico, il Gau, con all’interno reliquie del Buddha o dei maestri del lignaggio. Qualunque cosa fosse all’interno, o in qualunque modo quell’oggetto fosse stato caricato, l’effetto è stato dirompente ed estremamente potente. Un rumore fortissimo ed una vibrazione nelle mie orecchie e nell’intero corpo. Al termine del gesto, Lama Ole mi guardò con i suoi occhi blu profondi e penetranti e mi esclamò ‘You feel good’, sorridendomi. L’esperienza in se è stata potente, importante, meravigliosa. Questi eventi rappresentano piccole scosse che ci dicono, svegliati! Avanti così! Essi dunque hanno una loro utilità nel percorso, sono benedizioni, messaggi di amore che ci ricordano che non siamo soli, ma poi i passi dobbiamo compierli noi.
Nessun essere umano può farsi carico del nostro Karma. Qualora fosse possibile eliminarlo totalmente, al termine dei rituali, senza aver compreso ciò che stiamo facendo, ritorneremmo a porre in atto le stesse azioni, ancora ed ancora, perché alcune tendenze sono presenti in noi, acquisite dalla nascita e non vedendole arrivare (perchè non abbiamo riflettuto e meditato sulla realtà delle cose), ricadremmo ancora ed ancora in esse. Per questo motivo anche dopo che i saggi raggiungono l’illuminazione, essi continuano a praticare. In questo mondo viviamo. Spetta a noi agire per trasformare qui ed ora non solo le nostre azioni precedenti ma per onorare ciò da cui deriviamo (i nostri familiari ed antenati) e dare vita a nuove forme e nuove manifestazioni. Tali rituali servono a creare cause e condizioni affinchè si possa procedere più speditamente verso un traguardo che secondo lo Yoga è apavarga (liberazione ultima dalla illusione e dalla ignoranza) e bhoga (realizzazione di se stessi).

Per quasi venti anni ho praticato soto zen ed in quel contesto gli effetti speciali sono apparentemente meno evidenti. Una delle pratiche che ho sempre apprezzato e che ora non è più in uso è stata quella del kyosaku. Un bastone in legno che il maestro sbatte sulla spalla quando il meditante si addormenta, oppure viaggia in spazi troppo estatici. E’ lo stesso principio descritto in precedenza, la scossa amorevole e compassionevole. Il kyosaku sembra dire ‘Svegliati, sei qui con noi e nello spazio meditativo’. Se la bastonata amorevole non viene data dal maestro, ci viene data dalla vita. Questo accade quando siamo dormienti, quando non vediamo le conseguenze delle nostre azioni, quando non ricordiamo chi siamo stati, cosa abbiamo fatto e da dove proveniamo (la nostra natura innata luminosa, gioiosa). Il nostro maestro durante il protocollo mindfulness è stato ascoltare il partecipante affermare di essere riuscito a stare con un disagio senza fuggire: ci sta dicendo che anche noi possiamo starci e che è possibile fare amicizia con contenuti intensi.
La mindfulness è una pratica di presa in carico di responsabilità. Stiamo con i contenuti piacevoli e meno piacevoli notando come tali contenuti siano impermanenti ed insostanziali. Il problema nasce quando rendiamo oggetti tali pensieri e quando applichiamo meccanismi che funzionano per il mondo materico, a contesti inafferrabili, ’eterici’ come i pensieri o le emozioni. In tal caso nasce la frustrazione perché consideriamo la pratica come tecnica che deve fornire dei risultati. Questo approccio dei risultati viene usato anche nello Yoga: faccio una posizione per ottenere un certo effetto; faccio un pranayama per ribilanciare o per attivare uno specifico spazio.
Tutto questo è corretto se allocato nel suo contesto ma va poi sganciato dalla tecnica. Se piantiamo un seme in un terreno arido la pianta farà fatica a crescere e dare frutti. Il terreno va fertilizzato, annaffiato, sistemato, pulito dalle erbacce. Alcuni step dello Yoga sono propedeutici alla pratica di visione profonda. Tale pratiche stabilizzano il corpo e la mente, rimuovono i blocchi fisici e quindi mentali, energetici. La ripetizione nel tempo con fiducia ed amore, senza interruzione, crea nuova realtà. Vediamo il mondo con uno sguardo sempre fresco, carico di curiosità e gioia interiore: apprezziamo ogni istante. E’ un lavoro bottom-up che nel tempo si arricchisce con l’etica aprendosi ad una dimensione che Patanjali definisce nello Yoga Sutra come Ishvara Pranidhana e che potremmo tradurre come resa incondizionata ed amorevole all’Assoluto.
Successivamente la mindfulness (intesa come Yoga) diviene un lavoro omogeneo corpo-mente, quando ci rendiamo conto che questi ultimi sono anche una cosa sola. Si aprono nuovi scenari: prana, percezioni espanse, intuizioni, saggezza e compassione, pranava (suono dell’OM), luminosità, vacuità.
Infine essa diviene un rituale sacro, quando comprendiamo che la nostra mente ed il nostro corpo sono manifestazione di una dimensione superiore, un altare che onora da tempo immemore senza inizio e senza fine chi siamo stati e chi saremo.
Nel protocollo mindfulness MBSR non si cita l’aspetto esoterico, non si parla di Assoluto, di Prana, di karma, perché si vuole dare la possibilità al partecipante di familiarizzare con la capacità di osservare e di descrivere il momento presente. Chiedersi quale sia lo scopo della vita, quando ancora non si è in grado di gestire ansie e rabbie, non ha alcun senso e alimenterebbe domande teologiche ora inutili, dei rompicapo contorti, facendo sorgere una mente pesante e rallentata.
Prima stabilizziamo la mente, poi osserviamo. Dobbiamo sempre domandarci: con quale mente sto osservando? Con quale mente sto dubitando? Con quale mente sto esprimendo un concetto? La risposta è nella meditazione.
Prima ci prendiamo cura dei nostri egoismi, egocentrismi, pregiudizi culturali ed ereditati e poi ci apriamo ad una esperienza più ampia.
La mente può essere la nostra più grande alleata oppure il nostro più grande nemico. [cit. Swami Rama]

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