Recentemente durante la nostra pratica di Yoga ci siamo soffermati sulla importanza di riconoscere gli stati mentali associati al momento presente. Quando, dopo aver praticato le Asana ed il Pranayama, ci mettiamo in posizione di meditazione abbiamo la possibilità di osservare con calma interiore il contenuto mentale. Alcune volte l’esperienza che percepiamo è di totale pace e di ‘luminosità’. Con luminosità non si intende soltanto sorgente luminosa. Non ci sforziamo di creare alcuno stato alterato ma ci apriamo ad una esperienza che può essere di spazio, equilibrio, gioia, pace. Questo spazio possiamo definirlo come luminoso. Che cosa accade se durante la pratica sorgono i pensieri e sopratutto se ci cogliamo sorpresi davanti ad essi?
Recentemente uno studente mi poneva questa domanda: ‘Durante la pratica faccio fatica ad entrare in uno spazio di pace interiore perché osservo sempre i pensieri’.
Il punto è che la pratica è anche osservare il contenuto mentale. Maggiore siamo in grado di identificare il contenuto mentale e maggiore sarà la profondità della pratica. Non stiamo quindi dormendo e nemmeno cercando di vedere dei colori o delle esperienze mistiche. Se accadono, accadono. Se non accadono la pratica è ugualmente potente perché stiamo vedendo quello che emerge nel momento presente. Se ci capita quindi di individuare la rabbia o la insoddisfazione, ci alleniamo ad osservare questi contenuti emergere e li avvolgiamo con il respiro.
La pratica di Vishoka mostra la grande potenzialità di sciogliere il nostro respiro. Piano piano possiamo abituare la nostra mente a ritornare in quello spazio in cui il respiro è fluido, senza sforzo e tendenzialmente senza pause. Il nostro stato mentale infatti influisce sulla qualità del nostro respiro. Se ci osserviamo durante la giornata scopriremmo che durante momenti di alta intensità mentale, quando siamo sotto stress, il nostro respiro può essere corto, interrotto o addirittura trattenuto. Personalmente mi capita spesso di notare questa abitudine, specialmente quando devo affrontare delle situazioni di attività mentale e concentrazione, se ad esempio devo scrivere un articolo, organizzare dei viaggi, trattengo il fiato dopo aver espirato. Non c’è nulla di male in questo ma questa condizione ha un effetto biologico sul sistema nervoso ed endocrino e quindi sullo stato mentale.
Potremmo quindi pensare di sciogliere il respiro prima di eseguire un’attività mentale in modo tale da farci trovare pronti ed equilibrati. E’ un approccio funzionale ed utile ad un obiettivo.
Tuttavia quello che voglio sottolineare è che se ci ‘alleniamo’ a ritornare ad uno spazio di equilibrio potremo poi mollare l’idea di creare una condizione favorevole ad una certa attività. Semplicemente entriamo in quello spazio in ogni nostra attività quotidiana.

Il punto non è eliminare sussulti o trattenute del respiro. Il punto è riconoscere che c’è quello stato mentale associato ad un respiro non uniforme, accoglierlo e ritornare ad un respiro per quanto possibile più fluido. Con il termine ‘più fluido’ si intende una condizione di naturalità acceduta attraverso un’apertura, una tendenza al non afferrare, al non trattenere. Questa fluidità non è quantificabile numericamente. Se ci cogliamo quindi in un pensiero del tipo ‘dovrebbe essere più fluido; non è abbastanza fluido’ l’invito che faccio è di lasciare andare questo ‘devo’ ‘dovrebbe’ ed accogliere quello spazio anche se una parte di noi lo percepisce come piccolo. Ma piccolo rispetto a cosa?
La nostra attitudine quotidiana è quella di entrare in una modalità della ‘spinta a fare’ come ben descritta da Segal et.al. (‘Mindfulness al di là del pensiero, attraverso il pensiero ‘, Segal et.Al ed. Bollati Boringhieri 2018)
La modalità del fare si attiva nel momento in cui vogliamo fare le cose, raggiungere obiettivi che la mente si è predeterminata. Ad esempio costruire una casa, preparare la cena, ma anche sentirsi felici, essere una brava persona etc. Tale modalità interessa quindi sia il nostro mondo interiore (di principi ed idee) che quello esteriore (materiale). Il procedimento che mettiamo in atto quotidianamente è quello di un feedback circolare. Avendo un background ingegneristico propongo l’analogia con il sistema di controllo a reazione utilizzato dai termostati ai microprocessori. Si ha cioè un segnale in ingresso, un sistema da controllare, una uscita ed un controllore. Il sistema dinamico tiene conto dei risultati del sistema per modificare le caratteristiche del sistema stesso.

Allo stesso modo agisce la nostra modalità mentale del fare.
Ci creiamo un’ idea riguardo una certa situazione e su come vogliamo che fosse, o come dovrebbe essere. Quindi la confrontiamo con la nostra idea riguardo a come sono le cose in quel preciso momento. Se notiamo una differenza tra come sono le cose e come desideriamo che siano, attiviamo una serie di pensieri e di azioni nel tentativo di colmare tale divario. Troviamo quindi soddisfazione nel momento in cui sappiamo di aver raggiunto l’obiettivo cioè quando la nostra idea di come dovrebbero essere le cose coincide con la nostra idea di come le cose sono.
Se rileggiamo il paragrafo precedente ho utilizzato spesso la parola, ‘idea’.
Questa modalità del fare è estremamente utile e ci consente di progettare, di sviluppare i nostri progetti, le nostre capacità nel quotidiano. Il problema sorge quando non riusciamo a trovare una soluzione efficace per raggiungere ciò che desideriamo. Nei casi che riguardano aspetti materiali possiamo facilmente cambiare obiettivo.
Il problema sorge quando questa modalità del fare è rivolta verso noi stessi, al Sè interiore. In questo caso con questa modalità del fare (detta della spinta a fare) cerchiamo di colmare delle situazioni che riguardano la definizione di noi stessi. ‘Dovrei essere così’, ‘quella persona dovrebbe amarmi di più’, ‘non sono abbastanza all’altezza per questo compito’. Ci si ritrova quindi ingabbiati in questi pensieri ruminanti a tal punto da non riuscire a focalizzarci più sulla esperienza del momento presente. Siamo cioè completamente coinvolti in idee future su come dovrebbe essere una certa situazione oppure siamo intrappolati in pensieri che riguardano il passato, su come è andata una certa situazione. In entrambe i casi perdiamo il tesoro del momento presente.

La possibilità di osservare questi circoli mentali (vrittis in sanscrito) ci consente di riconoscere anche la loro potenza, quanto cioè sono sedimentati dentro di noi (samsakaras). Tali pensieri mettono in moto delle azioni ripetitive spesso non consapevoli e tali azioni rinforzano nuovamente il sorgere di questi pensieri. Si parla quindi di Vrittis samsakara chakra cioè la ruota dei pensieri e delle impressioni sedimentate nella nostra mente. Questo sistema a feedback automatico si manifesta a livello più ‘grossolano’ sul respiro. Il respiro con le sue alterazioni manifesta cioè una mancanza di equilibrio o di equanimità riguardo i nostri pensieri o emozioni. Nello Yoga vengono elencate diverse conseguenze di queste attività mentali ruminanti oltre che individuarne le cause primarie. Scopriremo nel prossimo articolo quali sono e come possiamo osservarle in profondità.
Nel frattempo quando siamo sul nostro tappetino, domandiamoci se stiamo facendo Yoga o se siamo Yoga, cioè in unione con tutto noi stessi e noi stesse.
Leave a Reply